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RAVENNA E LA PANDEMIA UN ANNO DOPO / 2 / Martinelli, Baldini e Baroncelli scavano nella carne viva della nostra esperienza collettiva

Nel dicembre del 2019 abbiamo cominciato a sentire parlare di un’epidemia strana generata da un virus, nata in Cina, in un mercato di Wuhan. Nel gennaio del 2020 gli abbiamo dato per la prima volta un brutto nome, diventato subito popolare: Covid-19. Nel febbraio del 2020 il virus era già fra noi e da allora ci ha sconvolto la vita. Un anno dopo è ancora qui. Ma che cosa è maturato dentro di noi e nelle nostre società durante quest’interminabile anno? Cosa ci portiamo dentro, cosa speriamo, cosa immaginiamo? Lo abbiamo chiesto a tre personalità diverse della cultura ravennate, con differenti sensibilità e punti di vista.

Con l’uomo di teatro Marco Martinelli, fra l’altro, abbiamo parlato della centralità della cultura, enormemente sacrificata nell’anno della pandemia: “Ma quella era sacrificata anche prima. O no? – dice – È solo diventato più evidente il modo in cui la nostra politica considera la cultura, se intendiamo il cinema, il teatro, la musica, la letteratura. Ma possiamo estendere il discorso alla scuola. Scuola e cultura, sono le due facce di una stessa medaglia e di una stessa debolezza, mentre invece sono le potenzialità più grandi per un paese che voglia continuare ad avere un pensiero. Perché è lì che ci giochiamo il futuro, non è con un bombardamento di messaggi su Twitter, con questa bulimia delle parole e dell’apparire sui social.”

Con lo scrittore Eraldo Baldini abbiamo toccato anche il tema dei cambiamenti che questa esperienza sta producendo e produrrà: “Qui la memoria sarà lunga. Ci saranno cose a cui eravamo abituati da tantissimo tempo che sono cambiate e non torneranno come prima. Secondo me c’è stato veramente un qualcosa di epocale sul piano dei rapporti interpersonali, sociali, professionali. È accaduto qualcosa che non lascerà solo un ricordo ma attiverà un mutamento.”

Infine con la giornalista e scrittrice Carla Baroncelli ecco che emerge una riflessione sulla nostra responsabilità di fronte alla pandemia: “La responsabilizzazione di ciascuno di noi rispetto alla nostra vita e rispetto al destino comune. Perché a distanza di un anno siamo ancora inguaiati con il Covid? – si chiede Carla – Perché non siamo abituati ad assumerci le nostre responsabilità e ad agire responsabilmente, perché non ce l’ha insegnato nessuno. Ma non dico responsabilità solo per quello che riguarda noi, intendo come esseri umani, membri di un contesto sociale, di una comunità. C’è un legame diretto e indissolubile fra il nostro destino personale e quello collettivo. Fra noi e il mondo.”

MARCO MARTINELLI, UOMO DI TEATRO: “ABBIAMO BISOGNO DI UNA SAPIENZA PIÙ PROFONDA, CHE TENGA INSIEME RICERCA SCIENTIFICA E TUTTA LA NOSTRA SPIRITUALITÀ”

“Fin dall’inizio non pensavo che ce la saremmo cavata in fretta. – dice Marco Martinelli – Ci siamo accorti subito che questa vicenda non era come quella della Sars o di altre epidemie del recente passato, che ci hanno afflitto per un periodo limitato, hanno provocato pochi morti e poi non hanno granché toccato l’Occidente. Il Coronavirus ci ha mostrato subito la sua faccia e ci ha detto che aveva un’altra marcia. Io un anno fa ho pensato: la storia si ripresenta. Amo molto la storia, fin da adolescente, e mi sono tornati in mente i ricordi delle letture sulla peste a Londra raccontata da Defoe, quella manzoniana, quella del Decamerone di Boccaccio. E ho pensato quello che purtroppo si sta verificando: la scienza, la nuova religione dei nostri tempi, con tutta la sua arroganza, in realtà è impotente come noi. E le grandi manovre contro la pestilenza sono le stesse della Londra di Defoe o della Milano raccontata da Manzoni nei Promessi Sposi: state in casa, dicevano i governanti del ‘600, e se provate a uscire le nostre guardie armate vi ributteranno dentro.”

Quindi tu ti aspettavi un periodo difficile, ma immagino non ti aspettassi di doverti fermare praticamente un anno con il teatro, senza calcare il palcoscenico, fare tournée, mettere in scena le tue opere…

“Sai, se è come una guerra, non sai mai quando finirà. Possiamo solo sperare che finisca il prima possibile. La Seconda Guerra Mondiale è durata sei anni, magari le persone speravano finisse dopo un anno, dopo due. Qui dobbiamo armarci di una pazienza che, come diceva Ingmar Bergman, non è di questo mondo. È il solo modo per affrontare una pestilenza che invece è di questo mondo.”

martinelli

Che cosa ci sta insegnando tutto questo, che cosa ci lascerà?

“Alcune cose che credo abbiamo capito tutti. Per prima cosa che non si può azzoppare la sanità in quel modo, per poi trovarsi disarmati di fronte a un’emergenza del genere. Che la politica non deve dare spettacolo ma deve occuparsi delle cose serie di una nazione, la sanità, l’educazione, i bisogni delle persone più fragili, che restano indietro. Spero che questa esperienza ce lo abbia insegnato: ma un conto è aprire gli occhi quando avviene il disastro, un altro conto è, a disastro finito, vedere quanto siamo bravi a dimenticare in fretta la lezione.”

Purtroppo il nostro mondo va sempre più veloce e non siamo più abituati all’esercizio della memoria, non ricordiamo più nemmeno cosa è accaduto l’altro ieri. Mentre nelle generazioni passate c’era tanta memoria.

“Ma allora dobbiamo sforzarci di re-imparare, rileggere, studiare, rifarci alla scuola della migliore tradizione spirituale dei nostri antenati: possiamo ancora farcela. Siamo recuperabili.”

Tu cosa ti aspetti nell’immediato futuro?

“Non mi aspetto niente. Spero solo che finisca, ma devo affrontare ogni giorno come se non finisse. Facendo il meglio che si può fare in queste condizioni. Ma abbandonarmi a facili speranze, no, perché è come illudersi.”

Prima parlavi in modo critico della scienza, eppure è l’unico appiglio che abbiamo per cercare di uscire da questa tragedia. Ci stiamo affidando ai vaccini.

“Sì, ma il mio non è certo un attacco alla scienza in quanto tale.”

Non sei un no vax?!

“No, no, no (ride, ndr). Io diffido della scienza quando si pone con arroganza come la nuova ideologia, alla stregua del capitale. Queste sono le discipline che hanno sostituito le antiche divinità. Non possono porsi come nuove divinità, non abbiamo bisogno di questo. Abbiamo bisogno invece di una sapienza più profonda, che tenga insieme la ricerca scientifica e tutta la nostra spiritualità, il nostro essere comunque creature finite che vivono in un universo misterioso. I fisici più in gamba ci dicono che conoscono solo il 5% della materia dell’universo: ecco, a me piacciono questi scienziati, quelli che partono dalla consapevolezza di un limite. E da lì poi si può provare a comprendere. Che è la bellezza del viaggio nell’ignoto, che è la sapienza più grande da Platone a Simone Weil.”

Fra le cose importanti al centro delle scelte politiche, ci vogliamo mettere anche la cultura, che purtroppo è stata molto sacrificata in questi mesi?

“Certo, la cultura. Ma quella era sacrificata anche prima. O no? È solo diventato più evidente il modo in cui la nostra politica considera la cultura, se intendiamo il cinema, il teatro, la musica, la letteratura. Ma possiamo estendere il discorso alla scuola. Scuola e cultura sono le due facce di una stessa medaglia e di una stessa debolezza, mentre invece sono le potenzialità più grandi per un paese che voglia continuare ad avere un pensiero. Perché è lì che ci giochiamo il futuro, non è con un bombardamento di messaggi su Twitter, con questa bulimia delle parole e dell’apparire sui social. La vera partita si gioca su scuola e cultura.”

Sei ottimista o pessimista?

“(ride, ndr). Sai che la domanda non va fatta. Gramsci ce l’ha detto in maniera così chiara e perfetta che vale sempre: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. È una frase che sarebbe piaciuta anche a Sant’Agostino o a Aung San Suu Kyi di cui hai parlato con Ermanna qualche giorno fa.”

ERALDO BALDINI, SCRITTORE E SAGGISTA: “CI SERVIRÀ ANCORA TANTISSIMA PAZIENZA, IL CAMMINO È ANCORA IRTO DI OSTACOLI”

“Un anno fa non avevo ancora terminato il giro di presentazione dei miei ultimi due lavori, che casualmente erano usciti poco prima che scoppiasse la pandemia – confessa Eraldo Baldini – ma toccavano lo stesso argomento. Sia il romanzo La palude dei fuochi erranti ambientato durante la peste del 1630 in Romagna, sia il saggio scritto con Aurora Bedeschi Il fango, la fame, la peste che riguardava la storia delle epidemie in Romagna, si presentavano quasi come due forme di presagio. E quando andavo in giro a presentare  il saggio, per impressionare il pubblico, dicevo una frase ad effetto, cioè che secondo gli scienziati la domanda non era se ma solo quando sarebbe capitata un’altra pandemia. Naturalmente fra me e me non pensavo che l’avrei mai vista, che non sarebbe capitata proprio a me.”

E quando è arrivata come hai reagito?

“Forse perché fresco delle ricerche che avevo fatto, io ho comprato una scatola di mascherine Ffp3 prima che si registrasse il primo caso in Italia, quando questo nuovo virus era ancora in Cina. Allora ancora non si diceva che le mascherine erano necessarie: più che un atto di lungimiranza fu una reazione di paura. Insomma, sono stato fra i primi a comprare le mascherine. Poi mi sono ritrovato a dovere fare i conti con le presentazioni programmate dei miei libri, quando ancora non c’erano misure restrittive. Le limitazioni me le sono imposte da solo. Andai a fare forse l’ultima presentazione a Parma prima che scoppiasse il focolaio di Codogno, che poi si estese subito a Piacenza. A quel punto mi spaventai e dopo disdettai tutto. Non ne ho più fatte, fino a quest’estate, quando all’aperto è stato possibile tenerne qualcuna, perché il pericolo sembrava superato. Dal punto di vista della mia qualità di vita, però, debbo dire che io non ne ho risentito più di tanto, presentazioni a parte.”

Tutti sanno che sei un misantropo.

“Io sono un orso. Vivo da solo. Lavoro in casa. Non soffro la solitudine.”

Secondo me, sadicamente, tu hai goduto un po’ della crisi della socialità.

“No, goduto no (ride, ndr). Ho anch’io un nipotino che non vedo mai, ci sono alcuni amici selezionati a cui tengo e che vorrei vedere ma non lo si può fare come mi piacerebbe. La pandemia ha condizionato anche la mia vita, certo, però non l’ha stravolta. Ha condizionato parecchio il mio lavoro, questo sì, anche da un punto di vista economico, dal momento che non si può andare in giro a fare presentazioni, attività che per la vendita dei libri è importante. Gli editori poi sono in difficoltà e hanno stretto la cinghia.”

Eraldo Baldini

Che lezione possiamo trarre da quest’anno sull’ottovolante, su e giù fra aperture e chiusure, paure e speranze?

“Che nessuno era preparato alla gestione della pandemia. Non parlo solo dell’Italia, credo di poter dire che, in generale, nessuno era sul serio preparato. E la tensione che si è creata fra il nostro modello di società aperta, di consumi, di viaggi, di socialità e di partecipazione, e le restrizioni che sono state imposte dalla pandemia, questo è un contrasto che non è stato risolto.”

E ha mandato in tilt un sacco di gente.

“Ha mandato in tilt tutto. Anche perché è un modello di società e di vita il nostro che è difficilmente conciliabile con le restrizioni. Ma senza le restrizioni salta il sistema sanitario e poi salta anche l’economia. Quindi è un circolo vizioso. Forse bisognava avere il coraggio di chiudere tutto subito, ma proprio tutto, tutta l’Europa, per un mese: avremmo avuto meno ripercussioni sul sistema sanitario e sul sistema economico, forse.”

Come in passato, e tu l’hai spiegato nel tuo romanzo e nei tuoi saggi, i regimi quando possono imporre misure draconiane in modo autoritario sono in grado di essere più efficaci. Lo dimostra in qualche maniera ciò che è accaduto in Cina.

“Dell’esperienza cinese in realtà non sappiamo tutto quello che ci sarebbe da sapere. Ma in effetti nemmeno un regime può interrompere del tutto i traffici commerciali e i contatti fra le persone. Rispetto al passato, poi, oggi abbiamo una larghissima diffusione di notizie, e il ruolo di internet nel bene e nel male, nell’informazione e nella disinformazione, fa una grande differenza, che ancora dobbiamo valutare fino in fondo.”

Le altre società che hanno reagito meglio alla pandemia sono quelle ipertecnologiche e con una propensione al controllo sociale molto forte, come la Corea e il Giappone.

“Più che ipertecnologiche direi che hanno una diversa cultura del sociale e della disciplina. E aggiungerei che lì ci sono anche forme di auto-disciplina e auto-controllo molto forti.”

Un modello difficilmente applicabile a noi occidentali. Noi europei non abbiamo quel tipo di mentalità e di abitudini, non credi?

“No. Ma nemmeno gli americani. Fra Europa e Nord America non c’è stata molta differenza. È proprio la cultura occidentale che è diversa.”

Quindi non ha molto senso nemmeno dire quello che alcuni studiosi vanno affermando: cioè che bisognava copiare dal modello orientale?

“No, non ha senso. Perché in Oriente ci sono interpreti diversi, culturalmente e socialmente. Non puoi copiare quel modello, perché qui non ci sono i presupposti per farlo.”

Che cosa ti aspetti per il futuro?

“Mi aspetto che serva ancora tantissima pazienza, perché è un cammino irto di ostacoli. Il vaccino è una grande opportunità, ma con tanti dubbi: non sulla sua efficacia ma sul fatto che servirà tempo per una copertura adeguata della popolazione. Con le varianti che stanno emergendo poi occorrerà fare i conti e quindi è presto per dire che stiamo per uscirne. Io credo che nel giro del prossimo anno la scienza perfezionerà anche i vaccini e le terapie per combattere la malattia. Quindi serve pazienza e non bisognerà illudersi quando i dati cominceranno a migliorare: non dovremo credere che il peggio è alle spalle. Lo abbiamo già fatto l’estate scorsa e abbiamo sbagliato.”

In definitiva, sul piano antropologico, questa esperienza della pandemia che cosa lascia alla nostra generazione, anche se tendiamo ad avere la memoria corta?

“No, no. Qui la memoria sarà lunga. Ci saranno cose a cui eravamo abituati da tantissimo tempo che sono cambiate e non torneranno come prima. Secondo me c’è stato veramente un qualcosa di epocale sul piano dei rapporti interpersonali, sociali, professionali. È accaduto qualcosa che non lascerà solo un ricordo ma attiverà un mutamento.”

CARLA BARONCELLI, GIORNALISTA E SCRITTRICE: “SCELGO LA VITA, QUESTA È LA MIA LIBERTÀ. MA SE NON È LA VITA DI TUTTI, COSA ME NE FACCIO DELLA MIA”

“Subito ho avuto la percezione che stesse per cambiare il mondo. – mi dice Carla Baroncelli – È la stessa sensazione che ho avuto quando ho visto gli aerei schiantarsi sulle torri gemelle nel 2001. In quell’attimo ho sentito che sarebbe cambiato il mondo. Quando ho ascoltato per la prima volta pronunciare la parola pandemia, anche lì ho capito che tutto stava per cambiare e nulla sarebbe tornato come prima. Non mi aspettavo una cosa di breve durata. E io allora mi sono attaccata ciecamente alla scienza, come unica valvola di sicurezza. Credo nella scienza, troveranno, troveranno, mi sono ripetuta tante volte. E in una prima fase ero contenta che fra i cambiamenti epocali in atto ci fosse questo grande dispiegamento di energie in campo scientifico. Sì, la scienza ce la farà, perché tutti gli scienziati del mondo hanno lo stesso problema e tutte le migliori teste della scienza stanno lavorando su questa cosa. Sono uniti, si scambieranno i dati e le conoscenze, si aiuteranno fra loro, ce la faranno. Tutto bene, ma fino a un certo punto.”

Fino a che punto?

“Quando siamo arrivati al vaccino ho avuto un altro crollo. Perché vaccino sta significando Casa Farmaceutica con la C e la F maiuscola. Chi è la Casa Farmaceutica e cosa vuole in cambio della scoperta del vaccino? Vuole il possesso di quella scienza che dovrebbe invece appartenere a tutti, e poi vuole il profitto. E allora è iniziato il gioco fra le Case Farmaceutiche e i vaccini: questo dà una copertura del 90%, l’altro del 95%, no il nostro del 97%. E su i titoli in borsa. Ecco il gioco. Le Case Farmaceutiche si sono ingrassate.”

Capisco il tuo sdegno, però credo che noi non abbiamo altri strumenti. Questo è il capitalismo e queste sono le regole del gioco.

“No qualcosa si può fare, abbiamo un altro strumento. Nel caso i brevetti dei vaccini o dei farmaci siano di vitale importanza per popoli e nazioni, come nel caso di una pandemia, la sovranità e lo strapotere delle Case Farmaceutiche può essere limitata. È già stato fatto con i farmaci per curare l’Hiv. I brevetti vanno liberalizzati, per il bene dell’umanità, perché se non si vaccina tutto il mondo non ne verremo mai fuori.”

Io penso che al più presto si dovrà arrivare a questa scelta, ma nell’immediato si doveva puntare a un compromesso con Big Pharma per poter avere un vaccino in temi rapidissimi. E così è stato. Oltre al problema che segnalavi tu, c’è anche lo scandalo che mentre c’è la corsa ad acquistare vaccini e a vaccinare la popolazione in tutta fretta da parte dei paesi più ricchi, in Africa non è ancora stato vaccinato nessuno.

“Ti dirò di più su quello che sta accadendo in Africa. Lì alla fine il vaccino glielo darà la Cina gratis, in cambio di concessioni e terre. Perché è questo che la Cina fa da anni. È quello che una volta si chiamava imperialismo e colonialismo. Come è sempre stato. Non è cambiato nulla.”

Fin dall’inizio della pandemia tu sai che c’era questo leitmotiv “andrà tutto bene” che andava a braccetto con l’altro “ne usciremo migliori”. Era fin troppo facile prevedere che non è e non sarà così.

“Bene. Allora l’informazione e i giornalisti hanno un grande compito: non di correre dietro ai tweet compulsivi dei vari politici, ma di andare alla radice dei problemi e di far emergere le possibili soluzioni. Quindi i vaccini e i brevetti devono essere liberi.”

Carla Baroncelli

Che cosa lascia alla gente della strada, per usare un’espressione abusata, l’esperienza che abbiamo vissuto quest’anno?

“La responsabilità. La responsabilizzazione di ciascuno di noi rispetto alla nostra vita e rispetto al destino comune. Perché a distanza di un anno siamo ancora inguaiati con il Covid? Perché non siamo abituati ad assumerci le nostre responsabilità e ad agire responsabilmente, perché non ce l’ha insegnato nessuno. Ma non dico responsabilità solo per quello che riguarda noi, intendo come esseri umani, membri di un contesto sociale, di una comunità. C’è un legame diretto e indissolubile fra il nostro destino personale e quello collettivo. Fra noi e il mondo.”

È lo stesso principio della responsabilità che abbiamo rispetto al pianeta, quando parliamo della questione ambientale.

“Certo. Perché la nostra salute e quella dell’ambiente sono cose che si tengono. Bisogna cambiare il rapporto con la natura, con la terra, con il pianeta. L’altro ieri, io e Barbara siamo andate a fare un giro in spiaggia, dopo la mareggiata, e non ti dico la quantità di plastica che c’era sulla spiaggia, altro che conchiglie! È una cosa disperante. Questo è l’altro collegamento da fare: non si può parlare di Covid senza parlare di emergenza climatica e ambientale. Non sono cose distinte. Quando ho visto il nostro mare che ha sputato fuori tutta quella plastica, ho pensato alla natura che si ribella.”

È una grande questione di assunzione di responsabilità individuale e collettiva e insieme una grande questione culturale: bisogna cambiare i paradigmi.

“Certo. Ma purtroppo non vedo questi cambiamenti. Bisogna continuare a insistere su queste cose. Dobbiamo cercare di produrre cambiamenti.”

Ti do tre parole, tu mettile in ordine. Le tre parole sono: salute, libertà ed economia. Nell’ultimo anno queste tre parole spesso sono state viste o vissute in conflitto fra loro. Tutela della salute è diventata limitazione della libertà e briglia messe all’economia. Tu che ne pensi?

“Tu mi vuoi tendere una trappola. Libertà, non è semplice. Di quale libertà mi chiedi? Della mia libertà di movimento e di divertimento? O della mia libertà come diritto di vivere? Io scelgo la vita, questa è la mia libertà. E se non è la vita di tutti, cosa me ne faccio della mia vita.”

Nessuno si salva da solo, siamo sempre lì?

“Certo. E la libertà poi comprende la salute e anche l’economia. Ma non questa economia distruttiva e predatoria. Non solo rispetto al pianeta, ma anche rispetto alle persone. Con questa invasione di negozi e merci, con questa spinta a produrre e consumare sempre più. Basta, non voglio comprare niente, non mi serve niente. Saldi, saldi, saldi… ma perché devo comprare delle cose che non mi servono? Solo perché costano meno? Ci vuole un’altra economia.”

Che cosa ti aspetti nel prossimo futuro, diciamo a breve medio raggio?

“Non voglio essere pessimista, ma il mio sentore è che prima del 2023 noi continueremo a portare la mascherina, lavarci le mani e restare ancora un po’ ritirati. Ma il modo di socializzare lo troveremo lo stesso. E non c’è bisogno di tutto il circo a cui eravamo abituati. Siamo poi diventati grandi tutti quando non c’era questo bisogno di correre dietro a tutte queste cose, e avevamo più tempo per altre cose. Anche per pensare.”

Troveremo un’altra via?

“Dobbiamo trovare un’altra via. Un’altra vita.”

Commenti

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  1. Scritto da carla baroncelli

    Piergiorgio Carloni, come avrei voluto avere un direttore come te, che non taglia le interviste e lascia spazio ai pensieri altrui