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Addio a Titta. Icona ravennate, mischiava con maestria tematiche “trash” e grande sensibilità

La notizia della prematura scomparsa di Giuseppe Tittarelli, da tutti conosciuto come Titta o “Il dottore dell’amore”, ha lasciato la città di Ravenna sgomenta. Centinaia di suoi fans da ieri non fanno altro che cercare conforto in rete, l’uno nelle parole dell’altro, ricordando il loro idolo con caldi tributi di affetto, senza trovare risposta alcuna alla domanda che tutti si fanno in questi casi, ma che risposta vera non ha: perché? Come aspettarsi che dietro la “maschera” di guitto irriverente, di scanzonato cantastorie, potesse nascondersi un dolore così profondo da portarlo via? Impossibile probabilmente, eppure è ciò che è successo.

A testimonianza del fatto che era un personaggio capace di unire una città e non solo i suoi estimatori, lo ha ricordato con parole di cordoglio anche il sindaco di Ravenna, Michele de Pascale: “Apprendo con tristezza la notizia della scomparsa di Giuseppe “Titta” Tittarelli, cantante eclettico, che ha saputo coinvolgere generazioni di giovani e non solo, grazie a testi irriverenti e performance da vero artista da palcoscenico. Nella sua carriera, prima con le Fecce tricolori e poi da solista, sono stati evidenti l’audacia di affrontare argomenti scomodi con ironia e la provocazione ad uscire da schemi predefiniti. Il mio cordoglio e dell’Amministrazione comunale giungano ai suoi cari”.

“Chi l’ha conosciuto solo sul palco ha un’idea solo parziale di com’era Titta – lo ricorda l’attrice Francesca Viola Mazzoni, che ha condiviso con lui quasi 15 anni di amicizia -. Il suo genio è stato quello di riuscire a coniugare la sua parte pubblica, goliardica, giocosa, anche triviale, con un animo sensibile e delicato. Questa è l’alchimia particolare che l’ha reso unico. Lui davvero, fuori da quel palco era una persona assolutamente misurata, capace di capire le emozioni dell’altro e di accettarle, con grande capacità di ascolto. Era un uomo di poche parole ma argute, anche tranchant alle volte, però riusciva a fare la battuta che risolveva la situazione, non era mai inappropriato”.

“Trattando le tematiche che trattava lui – prosegue Mazzoni – sarebbe stato facile scivolare nella volgarità gratuita, invece non sfociava mai nell’irrispettoso. Io che sono una donna molto attenta alle tematiche del femminile, non mi sono mai sentita offesa dai suoi testi, dai suoi spettacoli, anzi, mi son sempre prestata al gioco. Perchè per poter permettersi di giocare con quei toni, sotto sotto devi avere un rispetto fortissimo per l’altro. E veniva fuori, anche nel rapporto con le amiche, con le sorelle (ne ha due, n.d.r.), con le donne in generale”.

Negli ultimi anni, una delle sfide più grosse che si sono poste sul cammino di Titta, è stata quella della malattia, una brutta forma tumorale che l’ha sfiancato, soprattutto nell’attesa di una diagnosi certa, mentre soffriva per i sintomi. “Durante la malattia – continua Mazzoni – siamo stati molto vicini. A me ha dato una grandissima lezione, è stato straordinario, non l’ho mai sentito lamentarsi. È stato in ospedale in isolamento, in casa per mesi, ma non ha mai ceduto al vittimismo. Durante un mio spettacolo nel quale lui era in platea l’ho ringraziato pubblicamente. Gli dissi: “mi hai dato prova di quel che significa essere un guerriero”.

“Mi ha sempre detto che gli mancava il palco – aggiunge -, che gli mancava il suo pubblico. Spero che sapesse quanto era amato, perché lo era tanto. Ravenna non sta piangendo solo una persona che non c’è più, ma un’icona, nella quale le sfumature “trash” erano sapientemente mischiate a quelle da galantuomo. Aveva inoltre una sconfinata cultura cinematografica. Aveva un background di interessi culturali grande, era una persona gradevolissima con cui parlare di tutto”.

Due facce, quella pubblica e conosciuta ai più e quella privata, più sensibile e riservata che apparentemente faticano ad incontrarsi e invece si compenetravano alla perfezione in lui, dando forma e spessore ad entrambe: “Titta era un uomo puro, uno che non scendeva a compromessi. Probabilmente – conclude il ricordo Mazzoni – c’era un grandissimo bisogno in lui di sdrammatizzare la sua profonda vena di sensibilità: quando si raggiungono certe vette emotive, ogni tanto si ha bisogno di buttare tutto in caciara, per controbilanciare. Lui non amava la retorica, sono certa che se fosse qui mi avrebbe già detto di piantarla con questi paroloni. Voglio continuare a pensare a lui come al grande amico, innamorato dei suoi amici e della compagnia, col quale ho condiviso tantissimi momenti indimenticabili”.

Commenti

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  1. Scritto da Linda

    Ciao Titta, fai buon viaggio!
    Linda.